Quando verrò

Jacqueline Spaccini

Mihaljevac è il luogo dell'attesa, la mia

e di Romain

contando e ricontando gli otto, i quindici

ed i quattordici che non ti riportano a casa.

È la visione dei soffietti - solo per l'otto;

due vagoni - è il quattordici, mammina?

e quello piccolo che sbaglia rotaia è il quindici,
non ci interessa e si vede

-subito -.

La salita per me inizia dal market di Lovćenska:

dico a tutti è facile, uguale ad amore, ma

solo per le prime tre lettere...

Al cimitero certo a piedi non ci arrivo e

sto attenta alla curva cieca, alle sue

macchine
e medito su di noi, mentre sento la fatica
nelle gambe (spesso anche sulle spalle,

scimmietta oblige).

Disperazione e speranza sono strane

compagne di strada

cui nemmeno la magnitudo dei

cedri atlantici dà sollievo.

Annuso tendine trasparenti e gatti imprigionati

di altre case,

altrui ricordi.


 Quando vedo la catasta di legna ci siamo:
(se vecchi frigoriferi e caldaie arrugginite

ostacolano i margini vuol dire che è mercoledì)

i Karlušic sono - al solito - invisibili. Sommersa da pacchi e scatoloni, lo odio

quel

cancelletto e sbaglio sempre le chiavi

di casa.


Ma ho tutto il tempo di correggermi, ché tanto nessuno viene ad aprirmi mai